Ci vuole amore, ci vuole altezza!

In certi lunedì, sulla prima corsa della metro, l'unico specchio che hai per guardarti diritto negli occhi è il riflesso del finestrino nel quale appari, scompari, riappari e riscompari alla stessa velocità della pubblicità scorrevole sui cartelloni luminosi alle fermate che ti consigliano le prime visioni, come un invito a distrarti, a viverlo quel viaggio da Rho Fiera e a non essere così insofferente e teso verso la destinazione di Lambrate.

Sopra, fuori di li stava albeggiando, un giorno nuovo davanti, ancora da decidere come viverlo ed io ero lì seduto in un vagone della metro tra un door openings on the right e un door openings on the left che pensavo alle cose più stupide che se uno non dorme o non ascolta musica, magari può scriverle sulla moleskine solo a quell’ora:

*l’acqua di rubinetto degli alberghi ha sempre lo stesso sapore, sa di bucato, di accappatoi, di salviette; sa di acqua di albergo.

*quel roadshow? potevano benissimo spedirci a casa delle slides.

*caffè espresso viene a me.

Non è gentile e che senso ha, non bisognerebbe mai scrivere sui muri, anche se sono quelli di una stazione di interscambio delle linee della metro.

“Ci vuole amore, ci vuole altezza!”- Avevo fatto appena in tempo a fotografarla con il blackberry quella scritta in bianco sulla parete di marmo verde. Come ci fossimo fissati appuntamento, a Loreto gli addetti in tuta arancione fluorescente si stavavano preparando a ripulirla. Sembrava mi aspettassero.

Sembrava perfino sapessero, e volessero ricordarmi, che venerdì sera ci avevo messo del mio. Non ero stato educato, né gentile né a modo con Agnese e con Bea, e non avevo dato un buon esempio agli altri. Al backoffice avevo buttato lì sulle loro scrivanie perché li consegnassero ai titolari, i fogli disordinardi e sparsi di una relazione come fosse carta straccia come si fa quando la butti nella differenziata.

Sapevo che non c’entravano, in fondo pensavo, non c’entravo niente neanche’io, se ero, li era solo perché me l’aveva chiesto il mio amico Bruno, un direttore di classica che per le sue capacità, l’agenzia aveva ingaggiato per cercare di dare un minimo di note e di spartiti a quella specie di accozzaglia umana (nel gergo del porta-a-porta cani sciolti li chiamano e lo so che questo dice tanto e che è un brutto chiamare, specialmente quando si tratta di persone) di gente mandata allo sbaraglio senza un minimo di indicazioni, di etica e di formazione a fare numeri su numeri vendendo contratti. In certi mercati si vede ancora fare adesso. – Intonati come un’orchestra non lo diventeranno mai, neanche una squadra, almeno che prendessero un minimo di sagoma di un gruppo – cit.Bruno.

- Non si fa così- mi avevano detto prima che uscissi dall’agenzia senza salutare.

Le avrei riviste a quel roadshow e come sempre in quelle occasioni, a pranzo ci saremmo seduti allo stesso tavolo; mancava solo un’ora ed io dovevo ancora trovare un modo per dare un senso a quella giornata e a quella foto, se volevo davvero meritarmela come wallpaper da mettere sul mio desktop.

c.f.

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